martedì 22 dicembre 2009

lunedì 21 dicembre 2009

La principessa e il ranocchio

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Lo ammetto, ho pianto. Attimi di poesia: la lucciola innamorata di una stella, amore impossibile, platonico, universale, divino.
Lo ammetto ho riso: Charlotte, ragazza viziata, logorroica, superficiale, invadente, ricca. Irresistibile.
Lo ammetto: sono stata bene.
Disney è tornato, niente computer grafica, solo disegni e fantasia. I difetti non mancano, troppi pasticci nella scelta degli elementi da inserire nella storia. Si passa da personaggi umani a animali, da cattivi a buoni, da flashback a canzoni, con troppa facilità, e si mischiano temi classici delle varie favole precedentemente affrontate dalla Disney, rigirandoli e riproponendoli. Ma c'è un po' troppa carne al fuoco, che spesso crea confusione ed eccessi. Più rigore non avrebbe guastato, meno orpelli non avrebbero conferito alla pellicola meno merito.
Rimane un bel film godibile, non annoia, ma regala attimi di puro piacere.

domenica 6 dicembre 2009

500 giorni insieme

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Aaaaaah, che bella boccata d'aria questo film! Finalmente qualcosa di fresco, di semplice, di diretto, di sincero, di libero. Almeno questa è l'aria che si respira in questo primo film di Marc Webb (regista che terrò d'occhio in futuro). La storia non ci racconta niente di nuovo, non ci "illumina", ma sicuramente rapisce il modo in cui viene raccontata. Si basa su di una linea temporale di 500 giorni (linea che avanza e indietreggia in continuazione) in cui due persone vivono una storia d'amore. Il film è caratterizzato da continue variazioni di stile, che rendono la commedia attraente e la storia tra Sole e Tom interessante. Il regista con occhio acuto, riporta sulla pellicola i comportamenti umani nelle varie fasi dell'innamoramento e ribalta i cliché. Questa volta il romantico è lui, mentre la cinica è lei. Acuta osservazione sia dell'universo maschile che di quello femminile, che mai come in questi ultimi tempi, sta inesorabilmente cambiando. Ma dietro all'apparente disillusione di Sole, si celano le paure e le incertezze di una donna che non conosce ancora l'amore e non riesce ancora a lasciarsi andare.
Bell'esordio per Webb.

martedì 1 dicembre 2009

Tetro-Segreti di famiglia

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Purtroppo quest'ultimo Coppola non riesce ad emozionarmi, nè a farmi riflettere. Infatti encefalogramma piatto anche per questa volta...un cinema morto o in stato comatoso, in cui figure piuttosto banali e unidirezionali, si avvicendano in una storia che non contiene al suo interno nessun elemento interessante. Ho trovato persino fastidiosa la caratterizzazione dei protagonisti, a partire da Tetro, pazzo, avviluppato nel dolore, scrittore genialoide che scrive al contrario. Un clichè nel clichè. Non bastano alcune invettive registiche o la scelta elegante del b/n a dare tono alla pellicola. Purtroppo Coppola brancola, senza sapere bene dove andare a parare. Parla di arte, poi di famiglia, poi di figure paterne ingombranti, poi di dolore e senso di colpa, senza mai però affondare la lama e colpire. Sorvola, ma non atterra mai. E questo caos di concetti e di idee, dà alla fine come risultato, una pellicola frammentaria, altalenante e poco o per niente emozionante. Ho guardato l'orologio più, volte. Cattivo segno.
Non il peggior film che ho visto quest'anno (la palma la do a Antichrist), ma sicuramente una pellicola stanca e noiosa.

venerdì 27 novembre 2009

Hunger



Letteralmente "Fame".

E' la storia di Bobby Sands, militante capo dell'IRA, e del suo sciopero della fame in carcere, che l'ha portato alla morte.
Comincio col dire che la visione di questo film è risultata alquanto ostica, soprattutto a causa di una mia spiccata sensibilità nei confronti della sofferenza estrema che percepisco. Sensibilità che mi ha portato a non apprezzare film ritenuti capolavori e a non accettare la visione di altri. Questo non me lo aspettavo così tosto (altrimenti, forse, non l'avrei neanche cominciato), così duro: invece è tremendo. Comunque i nostri eroi (io e le mie paure) ce l'hanno fatta e hanno portato a termine la visione (intervallata da diverse pause per respirare). Alla fine ho giudicato il film bello.
La regia è scarna, essenziale. I dialoghi quasi assenti e il film parla attraverso le immagini, anche perchè in effetti, l'aggiunta di altri elementi avrebbe forse conferito alla pellicola un tono retorico. Non ci sono accenni di prese di posizioni politiche, solo una fotografia: ognuno trae le proprie conclusioni. Le mie sono domande: vale la pena sacrificare la propria vita in nome di un ideale? Qual'è il confine tra dignità e sacrificio? Il rispetto della vita esiste, o e semplice retorica?
Domande alle quali non so dare risposte precise. Ho sempre pensato che il pregio di un bel film sia quello di portare alla riflessione. Questo ci riesce e per lo meno si soffre per qualcosa.

martedì 24 novembre 2009

Come Eravamo

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Film di Sidney Pollak, regista che io adoro e che ho deciso di rivisitare dopo alcuni anni che non vedo i suoi film (tranne La mia Africa che ogni tanto mi sparo).
E' la storia d'amore tra Katy e Hubbel, due persone agli antipodi. Ebrea lei, impegnata politicamente, comunista, intellettuale, non bella ma affascinante, seriosa e intransigente. Classico americano lui, appartiene alla upper class, è bellissimo, sportivo, corteggiato e fondamentalmente disimpegnato. La loro storia comincia all'università e finisce a Hollywood dove Hubbel fa lo sceneggiatore. Lo sfondo è quello dell'America nei suoi anni più intensi che vanno dalla fine degli anni trenta alla fine degli anni cinquanta. Era troppo difficile rimanere indifferenti a quello che stava accadendo: Pearl Harbor, la morte di Roosevelt, la caccia alle streghe, il nucleare. E Katy appassionata e dedita alla politica, finisce per perdere di vista i bisogni di leggerezza di Hubbel. Dall'altra parte lui, non riesce ad accettare completamente le differenze tra loro due. Il film è giocato sui dialoghi della coppia, sul passare del tempo, sui problemi, sul riprendersi dopo essersi più volte lasciati. E' una storia tormentata, ma di sicuro c'è amore fino all'ultima sequenza. Il film non è immune da difetti (qualche prolissità di troppo, una non perfetta alchimia tra i protagonisti) ma è proprio questo a renderlo estremamente affascinante. Tra l'altro credo sia uno dei pochi film americani degli anni settanta (forse l'unico) che parla di comunismo e che ha come protagonista una comunista. Il film subì diversi tagli proprio per questo, e purtroppo si notano e rovinano la visione. In ogni caso, come in tutti i film di Pollack, traspare passione vera. E a me questo basta.

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lunedì 23 novembre 2009

Julie & Julia

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Che fame che fa venire questo film!
E' una storia parallela tra Julie, una ragazza trentenne dei nostri giorni e Julia Child, famosa scrittrice di libri di cucina degli anni cinquanta e sessanta.
Aldilà del film, mi piacerebbe commentare il senso di quello che significa il cibo e di come si possa trasformare la propria passione in ancora di salvezza.
Per esperienza personale, posso affermare senza ombra di dubbio, che mettersi ai fornelli per preparare qualche delizioso piattino è sempre una bella e sana azione liberatoria. Ovviamente bisogna avere tempo e ispirazione. Non tutti i momenti sono giusti. Ma quando si sfoglia il libro di cucina per cercare "quel dolce" o "quella ricettina che avevo assaggiato in quel ristorante", si parte col piede giusto.
Le passioni, che siano gastronomiche o meno, servono nel quotidiano per affrontare la ruotine con più energia. Sono il nostro cibo per l'anima, se non ci fossero, che vita sarebbe?
Tornando al film, che dire...Maryl Streep si conferma (come se ce ne fosse bisogno) grande interprete e la pellicola è abbastanza godibile, niente di speciale, ma piacevole.

Il Nastro Bianco

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Il film è passato come una meteora in poche sale sparse per il territorio italiano. I pochi fortunati che sono riusciti a beccare la visione, saranno sicuramente usciti dalla sala con qualche risposta in più e con tanto magone. Haneke è un regista che amo, ma che spesso odio a causa della sua franchezza nel descrivere il male del genere umano. Non usa mezzi termini, ce lo propone in più salse, con la sua solita apparente freddezza, col suo distacco da acuto osservatore. Questa volta sotto il microscopio del regista c'è un piccolo villaggio della Germania del nord alla vigilia delle prima guerra mondiale. Girato in bianco e nero col supporto della voce narrante, ormai anziana, del maestro del paesino, il regista ci mette di fronte ad una storia. E col pretesto del "giallo" ci illustra una tesi sociale. Chi erano i bambini che una volta cresciuti daranno vita al nazionalsocialismo? Nella pellicola le risposte che fanno capire come si possa passare dal nastro bianco alla fascia rossa delle SS.
Se da una parte il lavoro pregevole e elegante del regista austriaco rende il film perfetto, dall'altra il suo prendere il film come tesi sociale, incasellando le persone in categorie nette e definite, non fa' trasparire la necessaria umanità che porta lo spettatore ad entrare in totale sintonia con l'opera.
Mi è mancato il sussulto.

Public Enemies

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Michael Mann affonda il coltello nel melodramma, e ci regala un'emozione che non è rintracciabile in nessuno e in tutti i generi. Il regista che stravolse i confini del genere poliziesco, allargandosi fino alle sfere più intime dell'uomo, ha prodotto il suo capolavoro. Dilata lo spazio ed il tempo, per raggiungere una dimensione sconosciuta e talmente affascinante, da essere senza identità. Perchè anche se Nemico Pubblico è un film che si basa su fatti realmente accaduti e che parla di persone realmente esistite, alla fine della proiezione si è talmente slacciati dalla realtà, da far pensare che più che assistere alla narrazione di una storia, abbiamo vissuto un'esperienza fortemente emotiva.
Nemico Pubblico traccia le linee di due persone (Dillinger e Purvis) consapevoli di giocarsi il tutto per tutto. E nel lasso di tempo che separa il loro incontro, vivono un'esperienza esistenziale che fondamentalmente li fa sentire vivi. Finita la caccia/fuga, non rimane più niente: da una parte la morte, dall'altra l'insoddisfazione esistenziale e la crisi di identità che l'uomo si porta dietro da secoli. Dillinger sceglie una sala cinematografica per giocare con se stesso, per sfidare il fato, per chiamare il suo giustiziere. E nelle sequenze finali, in cui lo spettatore difficilmente riuscirà a muovere un solo muscolo del proprio corpo (garantito!), si concentra tutta la poesia e il romanticismo di Michael Mann. Sequenze giocate sui primi piani e le attese, cariche di passione e anche di malinconia, che riescono a essere indimenticabili. I ruoli si annientano, si gettano le maschere, finisce anche la vita e finisce anche il film.
Questo struggente Nemico Pubblico, è uno di quei film che entrano sotto pelle, che si annidano nelle viscere come degli alien, facendoti vivere esperienze sensoriali uniche e irripetibili.

Bye bye blackbird.

UP

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Ormai è una certezza, ogni appuntamento con la Pixar si trasforma in un incontro con la poesia. Perchè se il cinema può essere terapeutico, nei film che la casa produttrice ci ha proposto da diversi anni a questa parte, troviamo delle panacee efficaci per i mali della nostra vita.
UP è un film che si sviluppa tra realtà e fantasia, che fa bene al cuore e allo spirito. E' la storia di Carl, un uomo comune con alcune amarezze, che si ritrova vecchio e infermo. E' rimasto solo nella sua casetta di legno, aggrappato al ricordo di Ellie, la sua amata moglie che non c'è più. Ma Carl è stato anche bambino, e insieme alla sua compagna, ha sognato un luogo lontano, felice, vicino ad una cascata: hanno sempre desiderato il paradiso. E così Carl, insieme al suo compagno di viaggio Russell, un piccolo scout, intraprende la sua odissea verso l'eden. Perchè quando muore Ellie, muore anche Carl. Solo la forza del suo amore verso la moglie ed il loro sogno comune, lo spinge a sollevare la sua amata casetta con migliaia di palloncini, e a ridargli la vita.
La prima parte del film è qualcosa di travolgente, ogni immagine parla da sola, ogni fotogramma illustra, in assenza di parole, la vita di Carl, dall'infanzia alla vecchiaia. Passo dopo passo spiega senza raccontare, raccogliendo in poche decine di minuti, tutta la potenza dei film Pixar. Le immagini contano, più delle parole.
E così, UP, diventa un film sui sogni, con la consapevolezza che la vita non è un sogno. Ma non è solo questo, diverse le tematiche affrontate da questo piccolo capolavoro: il rapporto di mutuo scambio tra generazioni, l'amore come progetto comune, il rispetto per il diverso, la tutela di tutte le creature, l'importanza e la devastazione dell'urbanizzazione, la felicità fatta di piccole cose, i sogni che s'infrangono.
Carl ed Ellie in cima alle cascate non ci sono stati, ma le loro anime si: le due poltrone sono sempre lì.

E noi spettatori, ci commuoviamo.

Inglourious Basterds

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SE NON AVETE VISTO IL FILM, NON LEGGETE!

L'ultimo film di Quentin Tarantino è il film che mi aspettavo. Finalmente il regista ci svela tutta la sua profonda e sfaccettata poetica, compiendo un trattato sul suo cinema e sulla sua idea di cinema, ma non solo. Chiude momentaneamente un cerchio, quello della vendetta, e ne apre un altro, quello dell'analisi politica.
Chi non ama molto questo regista, esce entusiasta dalla visione, perchè apparentemente la pellicola è meno tarantiniana. In realtà, c'è molto più Tarantino in questo film che in altri. Perchè ci racconta, attraverso le vicende dei bastardi senza gloria, il suo cinema. Questa volta usa un registro classico, basato su lunghi primi piani e sulla suspence.

Il primo capitolo è da delirio per qualsiasi cinefilo degno di questo nome. E' una sequenza perfetta come un diamante, priva di qualsiasi sbavatura. L'autore inserisce in uno scenario che ricorda i film western, un meccanismo a orologeria e un gioco delle parti che farebbe impallidire Hitchcock (io me lo vedo in paradiso che sorride estasiato). E come se non bastasse, riesce pure a inserire un tocco ironico di un simbolismo e di una portata fenomenale, l'enorme pipa ricorda un po' il sigaro megagigante kubrickiano del film "Il Dottor Stranamore". La scelta dei tempi e delle inquadrature, nonchè la potenza dei dialoghi tra il Colonnello Landa delle SS e il povero contadino che nasconde sotto le tavole di legno del pavimento una famiglia di ebrei, fanno di questa scena una delle più belle, non solo di questo film, ma di molti altri film visti negli ultimi anni.
Il secondo capitolo vira, una sporca dozzina, anzi, una manciata di ebrei incazzati reclutati dall'americano un po' tonto ma determinato, signore e signori: I Bastardi. Poi interruzione brusca e terzo capitolo: entrata in campo a metà tra il parodistico e il serio, piena zeppa di metafore e riferimenti storici, l'odiato Fuhrer. E poi Parigi, il cinema, il reclutamento dei bastardi. Fino ad arrivare ad una altra scena splendida: quella della taverna francese. Qui si arriva i livelli del primo capitolo. E' pazzesca la tensione, sono pazzeschi i dialoghi, tutto claustrofobico, girato in meno di tre metri. Si sa che la quiete precederà la tempesta, lo si intuisce, ma non si sa come, non si sa quando. L'autore gioca con lo spettatore e con il film. Prima ti illude, ti fa credere che sta per accadere, e tu pensi "beh, adesso succede", poi ti rassicura, e tu pensi "ah no, allora non succede", poi però un particolare di porta a pensare "ecco, succede, ma quando?" e rimani sui carboni ardenti, fino al momento in cui tutto esplode. Un sospiro di sollievo: la tortura della suspence è finita. Questo è cinema.

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Altra scena indimenticabile: la preparazione della vendetta. Una Melanie Laurent molto brava nei panni di Shoshanna, si prepara, si veste di rosso (in tutta la scena c'è un gioco tra nero e rosso, tanto per inserire l'ennesimo simbolismo), si segna il viso come i guerrieri indiani, e tutto sulle note di !Cat People" di David Bowie (l'ennesima dimostrazione di come Tarantino sia un genio anche nella scelta della sua colonna sonora). Molto importante è anche come Shoshanna decide di vendicarsi: lei usa il cinema, si gira un minifilm, decide di bruciare le pellicole per mettere in atto il suo piano.

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La scena in cabina di proiezione: in pochi minuti non solo sintetizza tutta la sua poetica sulla donna, ma riesce a spiegare cos'è il cinema, cos'è l'illusione. E' una delle scene più struggenti e romantiche di tutto il film; c'è amore.
L'autore ci mostra quanto il cinema possa far percepire reali delle pure finzioni. Il soldato tedesco in quel momento non è più lui, ma è lui che interpreta se stesso in un film. Questo è un gioco cinematografico subdolo per chi guarda, perchè perdi la cognizione di cosa è reale e di cosa è finzione. La finzione che supera la realtà. E' un tema su cui si potrebbe fare un intero film di tre ore, e Tarantino con una sequenza lo illustra perfettamente in pochi minuti. Lei perde la vita perchè si è fidata della finzione cinematografica, ci ha creduto. Cosa ne consegue? Ad ognuno la propria riflessione.
Poi c'è odio: il cinema gremito dei peggiori gerarchi nazisti, e quindi dei peggiori esseri della storia dell'umanità, si esalta come un branco di troll di fronte ad una preda. Guardano le immagini che glorificano le gesta del loro eroe, e si eccitano, sbraitano e sbavano. Fino alla conclusione, magnifica. Quando uno schermo con una faccia, quella della vendetta, brucia, e non brucia casualmente, ma per mano di quello che è considerato un reietto della società. E così l'autore regala al pubblico una delle immagini più potenti di tutta la sua cinematografia.
Con le pellicole che bruciano (e anche con le scene di Shoshanna che gira il film), Tarantino vendica un cinema di regime, fatto per compiacere, che non ha niente di personale, vincolato e non libero: un cinema che si prostituisce. Nella scena finale di "Death Proof" (la sua pellicola precedente) le ragazze vendicano, uccidendo lo stuntman maniaco, tutti i clichè di un genere cinematografico che le ha fatte apparire oggetto, prima che persone.
L''unico strumento di vendetta che Tarantino ha in mano (e non solo lui, ma anche lo spettatore) è il suo cinema. Lo dicono le bobine che bruciano, lo dice la morte della feccia dell'umanità chiusa, appunto, in una sala cinematografica; lo dice il lieto fine (volutamente non storico). Insomma, il cinema ci regala la vendetta che abbiamo sempre sognato e tanto auspicato, il cinema ci regala le illusioni slacciandoci completamente dalla realtà, e noi lo amiamo anche per questo.
Il film "Le iene" tratta di una rapina, ma non fa vedere nemmeno una sola immagine della rapina. "Bastardi senza gloria" parla dei bastardi, ma in effetti sono solo accennati questi famosi bastardi, non sono i protagonisti. E' un film che basa le sue tematiche anche sullo shoah e quindi sulle nefandezze naziste, ma queste non vengono mai mostrate (eccetto la scena iniziale, che però non è esplicita, in quanto la famiglia di ebrei è coperta dalle tavole del pavimento). Questo è Tarantino, non ha bisogno di mostrare, ma valuta talmente tanto lo spettatore, che sa che non ha bisogno di far vedere ciò che è sottinteso.
Bastano pochi cenni, poche pennellate. Dietro ogni personaggio di questo bellissimo capolavoro, si avverte che c'è una storia da raccontare, ci si potrebbe fare un film per ciascuno, proprio perchè è palpabile lo spessore di ognuno. I caratteri sono molto imprimenti, l'autore è capace di comunicare perfettamente la personalità di ognuno, senza arrovellarsi in complicati dialoghi o situazioni, ma mostrando piccoli e apparentemente superficiali dettagli. Una cicatrice, l'amore per il latte (ma quanto la dirà lunga che un colonnello delle SS sia così fissato col latte?), le sigarette accese una dopo l'altra, strani cappellini, ecc.
Ebbene, non è solo in questo film che lo fa, l'ha sempre fatto. Prendendo il tanto criticato "Death Proof" (che ritorna sempre parlando di Inglourious Basterds), noi abbiamo otto ragazze protagonista. In due ore di film riusciamo, attraverso dialoghi stupidi ed inutili solo in apparenza, a delineare perfettamente, non solo il carattere delle otto, ma anche le abitudini, i vizi, le passioni, le manie, la loro vita sentimentale. Questa è una delle grossissime capacità di Tarantino, è il suo linguaggio, nuovo rispetto al cinema tradizionale, ma assolutamente riuscito.
Come rimanere indifferenti, inoltre, davanti all'interpretazione dello sconosciuto Christoph Waltz nei panni del Colonnello Landa? Che Tarantino avesse la capacità di resuscitare attori sull'orlo del completo fallimento, lo sapevamo già. Ma non sospettavamo che riuscisse a prendere un attore quasi sconosciuto al pubblico internazionale, e a trasformarlo in un mostro di bravura.

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C'è una verità storica, e quella è inconfutabile. Poi c'è una finzione cinematografica, e su quella tu puoi sbizzarrirti (tu regista, e tu spettatore). Mantenendo salde le certezze storiche, e cioè conoscendo ciò che la storia ci ha lasciato. In questo senso il film compie una sterzata rispetto allo svolgersi reale degli eventi storici, e la fa in maniera intelligente. L'autore non si limita a sorprenderci di sorpresa, ma grazie al finale, attua un'acuta analisi politica, e non legata solo al nazismo, ma valida e applicabile in qualsiasi contesto. Il Colonnello Landa, diventa alla fine, l'autore dello sterminio dei nazisti. Non lo fa materialmente, ma impartisce un ordine, fa un patto, tradisce ciò che è. Perchè i nazisti non hanno codici morali da rispettare, hanno solo codici legati alla morte. L'ambizione è qualcosa che travolge qualsiasi uomo di potere o che ambisce al potere. Non esiste potere senza ambizione, così come non esiste moralità o codici da rispettare per arrivare al potere e alla gloria. Solo i bastardi hanno delle regole che rispettano, perchè loro non ambiscono, ma vendicano. Analizzando ogni passaggio e ogni ruolo del film, l'analisi politica viene fuori, e alla fine si capisce quanto il gesto del Colonnello Landa sia in realtà devastante. Perchè se da un parte finisce la guerra, dall'altra il suo gesto comunica tutte le contraddizioni dei poteri forti. A me ha fatto molto pensare.

Questo temo sia il film più maturo di Tarantino, quello sicuramente più riflettuto. Molte delle cose che lui ci comunica apertamente in questa pellicola, sintetizzano la sua poetica e la sua idea di cinema. E' una dichiarazione aperta del suo pensiero. Molto meditato, e poi girato in tempi velocissimi, come se Tarantino avesse improvvisamente trovato la chiave da inserire nella serratura e volesse subito aprire la porta, per vedere aldilà. E credo che dalla risposta del pubblico, si possa ritenere soddisfatto.

Frozen River

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E' un fiume di ghiaccio quello che la protagonista di questa triste favola moderna, deve percorrere per trovare di che vivere, per garantire un tetto ai propri figli, per impedire che si nutrano solo di popcorn e di succo d'arancia annacquato.
E' un fiume che mette in comunicazione due mondi, diversi, ma entrambi emarginati. E a fare da confine è una riserva indiana, una delle molte degli Stati Uniti, una di quelle in cui le forze dell'ordine non possono entrare.
Il senso di responsabilità materno non conosce ostacoli, ma la paternità? Tre madri, due oltre la protagonista, mostrano di essere disposte a tutto pur di garantire la sopravvivenza dei propri figli, sono madri sole...madri-coraggio? L'eccesso di nichilismo e perchè no, di acrimonia verso il sesso maschile, rende questo film eccessivo. Troppa ricerca del dolore nell'albero di Natale senza i regali, se poi ci aggiungiamo bambini che praticamente muoiono di fame, donne logore e con le unghie sporche, lavori sottopagati, razzismo, case simili a container, adolescenti cresciuti prima del tempo, traffico di persone, abbandono e disperazione, ecco che la pellicola spinge un po' troppo sull'acceleratore del disfattismo.

Bella e metaforica la giostra costruita dall'unico personaggio che comunica ottimismo e forza.

Chéri

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Stephen Frears torna a dirigere Michelle Pfeiffer dopo anni dal successo de Le Relazioni Pericolose. Il film è tratto da un romanzo di Colette e narra l'amore ai tempi della belle époque tra Léa, cortigiana d'alto bordo famosa e ancora bellissima, ma ormai ritirata a vita privata, e Chéri, giovane e dissoluto figlio di Madame Peloux, ex-collega di Léa, diversa da quest'ultima,sia per bellezza che per classe ed eleganza.
Molte inquadrature mozzano il fiato, sembrano tele di Renoir o di Monet che prendono vita. Molto bella la fotografia, piena, opulenta, colorata. Curatissime le scenografie e le ambientazioni della belle époque. I personaggi comprimari sono quasi surreali, effimeri, e poi c'è lei...splendida, eterea, di una bellezza unica. Interpreta una donna che non appartiene a questo mondo, un angelo irreale e immortale. Avvolge col suo sguardo, comunica tutta la sua solitudine, perchè consapevole di non essere come gli altri e soprattutto di non avere niente in comune con gli altri. La Pfeiffer è talmente brava e ben diretta, che si stenta a capire dove finisce il personaggio e comincia la persona. Credo che questo film sia soprattutto Michelle Pfeiffer, la sceneggiatura e le particolarità della trama, passano sicuramente in secondo piano, sfuggono e praticamente neanche si notano. Tutta l'attenzione viene focalizzata sulla protagonista, ogni mossa e ogni respiro comunica sensazioni divine. Poi arriva la fine e con un'inquadratura immobile sul suo volto sale il terrore, sembra quasi di vedere uno spettro. Finisce l'amore, finisce la vita e finisce anche la Dea.
Se da una parte il film gode di una buona regia tecnica, dall'altra ci sono poche intenzioni di dare spessore e profondità ai sentimenti che si sviluppano tra i protagonisti. Il gioco amoroso che diventa reale, è lasciato a mezz'aria, così come il senso di solitudine e di incomprensione. Non si riescono alla fine, a cogliere le sfumature emotive dei protagonisti, forse a causa anche di una sceneggiatura non proprio perfetta.

Il Dio delle piccole cose

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Per quanto a me piaccia entrare nelle librerie, annusare le pagine dei libri freschi di stampa, frugare tra i remainders, scoprire le nuove uscite, per poi tornare a casa con libri diversi da quelli che cercavo; ho deciso di non tradire il verde della campagna che mi circonda per l'afa cittadina di questi giorni. Così ho ordinato quattro libri su un sito internet affidabile: tre di Chuck Palahniuk, autore che mi ha interessato molto col suo "Survivor", e uno per bambini a sfondo ecologista. La scelta è stata faticosa, questi siti dediti alla vendita di libri e cd, sono una sorta di pozzo di San Patrizio per gli appassionati. Si trova di tutto, in edizione economica e non, e i prezzi sono ottimi.
Vista l'unica esperienza precedente di acquisto internettiano, ho deciso di non usufruire del corriere. Perchè si sa, bisogna passare due giorni chiusi tra le mure domestiche ad aspettare il suono del campanello, senza distrazioni, se lo si vuole intercettare. Anche solo una doccia potrebbe costare la mancata consegna del prezioso pacchetto, o magari un raro momento di relax con le cuffie dell'iPod. La tragica esperienza di essere assente nel momento fatidico, l'avevo già provata. Mi sono ritrovata due giorni dopo in un dedalo in piena zona industriale (sotto Natale), dal quale sono uscita sconfitta e senza libri. I magazzini dei corrieri sono nascosti bene...
Quindi mi sono messa nelle mani della Dea Posta, consapevole che i cinque giorni di attesa forse sarebbero diventati dieci. Ma ho pensato che comunque, se a casa non ci fossi stata ad accogliere il postino, il giorno dopo avrei fatto poche centinaia di metri fino all'ufficio postale. Niente di terribile, in fondo. Quindi il mio acquisto è stata una mossa studiata, pensata, ponderato e misurata. Sia nella scelta del materiale da acquistare, sia nella modalità di spedizione. Passati due giorni ho controllato la posta elettronica, una sollecita mail mi avvertiva che i libri erano stati spediti, e che entro tre giorni sarebbero arrivati. Dopo una settimana dall'ordine ho cominciato a pensare "domani arriva il pacco", e l'ho continuato a pensare tutti i giorni, fino al quindicesimo, quando un cartellino giallo infilato nella cassetta della posta e scritto male da un'impiegata sicuramente svogliata, mi informava dell'arrivo dei libri.
Ecco, io ammetto che ai libri ci ho pensato e anche molto. Mi sono gustata l'attesa, e devo dire che avrei aspettato ancora altro tempo. Quando ho portato a casa il pacchetto di cartone avvolto nel nastro adesivo, me lo sono guardato e ho aspettato. Ho esitato ancora qualche minuto prima di aprirlo, ho pensato che non siamo (non sono) più abituati ad aspettare, che una volta l'attesa di una lettera era una delle cose più belle. Adesso comunichiamo in tempo "reale", perchè il tempo passato ad attendere qualcosa non è forse "reale"? E' qualcosa che rende tutto più soddisfacente. Aspettare per avere qualcosa a cui teniamo e che desideriamo non è tempo perso, è tempo prezioso, è quello che rende un semplice acquisto, un piccolo piacere della vita.
Ho aperto la scatola lentamente, prima ho cercato di vedere se i libri c'erano tutti, senza aprirla del tutto, poi li ho tirati fuori. Eccoli. Quattro semplici volumi, tre Oscar Mondadori e una carinissima e colorata edizione Giunti Junior. Non me li aspettavo così belli, scommetto che se li avessi visti in libreria non li avrei notati. Invece sono meravigliosi, come meravigliosa è stata l'attesa.

The Hurt Locker

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L'artificiere. Con questo film Kathryn Bigelow ci mostra la guerra vissuta dall'interno, cosa vuol dire dipendere dal rischio, non potere fare a meno di giocare con la vita per godere delle scariche di adrenalina. Gli uomini raccontati da una donna, ma non tutti gli uomini. Solo l'artificiere. Il protagonista del film, mostra chiaramente, la sua propensione al gioco con la vita, eppure qualcosa da perdere ce l'ha: una moglie e un bimbo. Ma la droga, come la chiama lui, ormai gli ha dato completa dipendenza. Non può fare a meno di rischiare, è un gioco macabro, una roulette russa, che però non lo porta ad apprezzare ancora di più la vita, ed il suo valore (come invece accade al suo collega). Cerca il dolore quando vuole riconoscere nel corpo del ragazzino- bomba iracheno, un suo amico venditore di dvd piratati, e quando scopre che invece è vivo, lo caccia, come se volesse cacciare il sollievo dal dolore. Non rischia solo lui, ma spinge a farlo anche i compagni che gli stanno intorno, li vuole ferire, portare allo stremo. Li cazzotta, li mortifica, forse li vuole allontanare da una realtà che deve essere solo sua. E' un eroe?
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Il film è un capolavoro di suspence, non lascia tregua, stanca, asfissia. La regia è favolosa, giocata tutta sui primi piani, sugli sguardi, sul sudore dei soldati. E' molto di più di un film sulla guerra in Iraq, anzi forse non lo è nemmeno (sommario, per quanto riguarda la descrizione della guerra): e' un film sul suo significato , su cosa spinge l'uomo a cercare il rischio, a sfidare se stesso. Bello il finale, la contrapposizione tra il deserto iracheno e le fila anonime, ordinate e opulente di un supermercato qualsiasi degli Stati Uniti. La cameretta del bimbo, una donna che rassegnata conosce suo marito (una donna tanto diversa dall'uomo...). E la confessione dell'artificiere.

Per lui la guerra non deve finire.

The International

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Per favore, qualcuno faccia sapere al fascinoso Clive Owen (magari Tom Tykwer, il regista di The International) che i Figli Degli Uomini è finito. Che il film di Cuaròn è già stato al festival di Venezia del 2006, che è già uscito nelle sale, che ormai è in dvd da un pezzo, e che Theo si è felicemente dileguato nelle acque londinesi. No perchè a giudicare dal questo The International, Theo è sempre tra noi, col suo impermeabile logoro, con la sua barba incolta, con le borse sotto gli occhi, con la sua bontà e onestà è sempre pronto a lottare contro il male. Solo che adesso non si muove in una Londra fatiscente di un futuro non troppo lontano (quindi come un pesce nella sua acqua), bensì dovrebbe essere un aggiornato agente dell'Interpol, che si sposta tra le capitali europee più moderne con estrema disinvoltura, fino ad arrivare a New York, dove la scena clou del film prende vita. Girata in un museo d'arte moderna di NY, è una delle sequenze più esilaranti degli ultimi mesi cinematografici. Per svariati motivi, ma soprattutto perchè l'agente interpretato da Owen, si muove come un goffo sacco di patate munito di armi, spara alla cazzo di cane, digrigna i denti sempre con la stessa espressione. Non sono da meno i comprimari.



Ma veniamo al film. E' piatto come una tavola da surf, è un film d'azione inutile, un international thriller come altri centomila. Ci sono i cattivi-cattivi, il traffico di armi, le banche, il comunista cattivo pentito, il sicario zoppo (ma possibile che in questi film i sicari sono sempre zoppi?), gli agenti dell'interpol intelligenti, più di quei cretini e corrotti dei carabbbbinieri, della gendarmerie, e di tutte le polizie del mondo. E quando Naomi Watts in ascensore gli dice di farsi una sana scopata, lui manco ne approfitta (sarebbe stata invece un'idea carina, avrebbe movimentato il piattume della storia).

Non mi è piaciuta per niente l'immagine che il film traccia degli italiani, sempre questo sottile rimando al popolo dei mafiosi, non esplicito, ma maligno. Poi ci vogliono i due agenti belli e strafighi dell'interpol: perchè tutta la squadra dei carabbbbinieri, più il reparto della scientifica, più la polizia italiana, non ci avevano pensato a tracciare le traiettorie dei proiettili (forse il capitano dei caramba corrotto aveva corrotto tutti i reparti? bwahahahahah). Invece loro intelligentissimi (lei è la mente, lui il braccio) con due semplici asticelle delle bandierine del finto partito di forza italia posizionate nei fori, scoprono tutto.
Un film che pullula di minchiate al cubo, di citazioni e situazioni che sembrano parodistiche (neanche Mel Brooks in grande spolvero avrebbe fatto più ridere), un medio/basso prodotto televisivo, che per far ricordare al pubblico in sala o a casa che pur sempre di cinema si tratta, ogni tanto si fregia di qualche inquadratura ad effetto, studiatissima e artificiosa. Ma purtroppo non basta, rimane una ciofeca di film, che neanche il messaggio anti-capitalistico e anti-liberismo sfrenato (nemmeno molto incisivo, ma contraddittorio in molte parti), riesce a salvare.

Harry Fotter e il principe Mezzo Renatino

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E' un dato di fatto universalmente riconosciuto: il professor Severus Piton, una delle figure più inquietanti e ambigue della saga di Harry Potter (sembra cattivo, ma in realtà è buono, però Harry sa che è cattivo, anche se Silente dice che è buono, infatti lui è una spia dei cattivi, ma potrebbe essere buono dato che Silente si fida di lui, ma alla fine risulta cattivo, oppure è veramente buono e finge di essere cattivo....chiaro, no?) somiglia in maniera inequivocabile alla versione di Renato Zero col giramento di coglioni. E non gli somiglia solo fisicamente, ma ne imita in maniera sfacciata le movenze, la camminata con i piedi papereschi e il colpo di frusta con il quale muove la testa facendo ondulare la chioma corvina, sembra proprio quello del re dei sorcini. Viene addirittura il sospetto che come controfigura abbiano usato Panariello. Per questo, ma anche per altri motivi che mi accingo a spiegare, l'ultimo film di Harry Potter spinge più volte al sorriso.
Ebbene si, il maghetto è in piena tempesta ormonale. Salterebbe addosso a qualsiasi cosa somigli ad una figura femminile, e lo dimostra più volte nel corso del film, per questo mi sento di ribattezzarlo "Harry Fotter", citando il Fotter di "Ti presento i miei". L'inespressivo Daniel Radcliffe, che all'inizio della saga pareva solo un ragazzino un po' secchione e saputello, adesso sembra un ragazzone secchione e saputello, con l'aggiunta dell'ormone impazzito. Nel corso del film non è il solo ad essere colpito dalla malattia ormonale, anche il suo amico Rossomalpelo (Ron, un Rupert Grint che in confronto alla recitazione di Fotter, pare De Niro ai tempi d'oro) è impazzito per lo stesso motivo. Si appiccica (o viene appiccicato?) ad una ragazzina che ricorda la Littizzetto quando fa Lolita. Intanto Ermione, che rappresenta la ragazza seria, è innamorata di lui. Viene spontaneo chiedersi come mai una ragazza carina, intelligente e studiosa, si innamori di un'anonima palla di pelo rossa un po' tonta, con i denti storti e gialli. La risposta è la solita: l'amore è cieco. Il nostro Fotter invece nutre una passione per la sorella di Ron,che fino al film numero cinque, era anonima come le piastrelle dei bagni della stazione. Tutto ad un tratto diventa la nuova messalina.
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Ed ecco che il sesto film della saga viaggia tra lo stile di Beautiful e quello di Mosè. Il professor Silente, rettore centenario della scuola, dotato di fluente chioma bianca e barba lunga lunga, pare un ibrido tra Gandalf e appunto, Mosè. Similari anche le situazioni, a metà tra il fantasy e il biblico, nelle quali il rettore si trova (ovviamente sempre in compagnia del suo protetto Fotter).
A parte queste due o tre cosette, il film (quasi tre ore) scorre abbastanza, a tratti affascina grazie ad alcune belle sequenze (il tuffo nell'acqua dei ricordi, per esempio), ad una bella fotografia e ad una graziosa messa in scena. Alcune trovate sono simpatiche, e per chi ha visto anche gli altri cinque, ti fa sentire un po' a casa. La stessa sensazione che si prova con la sigla di Guerre Stellari, tanto per intendersi, o per quella di 007. Però per chi non ha letto i libri, o non ha visto i film precedenti, risulta un po' ardua la comprensione. Alcuni termini potteriani, vengono dati per scontati, e il finale lascia perplessi. Molte carenze forse appartengono più alla sceneggiatura, che alla regia. Viene da chiedersi quante ore sarebbe dovuto durare il film per spiegare e approfondire tutti i temi.


Nota a parte, magistrale Jim Broadbent.

Gran Torino

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Chiusura del cerchio. Finisce la storia di un uomo, arriva la resa dei conti finale, quella che ti mette di fronte alla tua vita e ti chiede di scegliere quale strada prendere.

In un momento in cui la cinematografia tenta sempre di stupire e spesso di allucinare evitando la riflessione, un Clint Eastwood ottantenne entra in punta di piedi nelle sale cinematografiche, regalandoci il suo ultimo capitolo da protagonista. Difficile rimanere indifferenti alle sue storie, questa volta lo è ancora di più, perchè l'epopea del "padre" aperta con Un Mondo Perfetto, continua ancora e giunge al traguardo regalandoci le risposte ai perchè, ma non solo. Gran Torino è un film estremamente stratificato, ricco di riflessioni sociali, allineato con i tempi. In questo periodo di crisi non solo economica, ma anche sociale, in cui gli Stati Uniti riflesso della società occidentale, stanno perdendo la loro vecchia identità per acquistarne una nuova, Eastwood tira fuori la risposta, la chiave per uscire dal bunker delle incertezze. Il sacrificio dei padri deve servire ai figli, ma anche a migliorare un mondo che non è perfetto, ma che sicuramente offre spunti. Non bisogna avere paura dei cambiamenti.

Si ripete il tema padre-figlio, già affrontato in passato, che ha trovato il suo miglior esempio in Million Dollar Baby. I figli non sempre sono sangue del nostro sangue, ma sono le nuove generazioni nella loro interezza, e i padri hanno la grande fortuna di poter trasmettere la forza e la speranza.

Eastwood continua ad interrogarsi su Dio, e probabilmente nemmeno alla fine riesce a trovare le risposte. Attraverso il suo ghigno, la sua voce roca, le sue birre ghiacciate, le armi lucide, il suo incedere da cowboy, il suo ordine e la sua regia asciutta; il vecchio attore/regista ci fa riflettere, ci emoziona e per l'ennesima volta durante la visione di un suo film, mi scendono lacrime di commozione.

Capolavoro.

Revolutionary road

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Senza fare i soliti paragoni sterili e inutili su libro-film, paragoni che ho sempre detestato a causa di mie convinzioni, magari poco condivisibili, delle quali magari parlerò in seguito, provo a buttare giù due righe su questa sottovalutata pellicola.

Solitudine e insoddisfazione nel rapporto di coppia, ma non solo. La non realizzazione dei propri sogni, che rimangono intrappolati nella quotidianità, provocando il tormento e la follia che porta ad un punto di non ritorno. Questo è Revolutionary Road, un film che mostra con estrema eleganza e con cura quasi maniacale della messa in scena, un dramma ordinario, di una coppia aria degli anni 50/60.

Quello che si cela dietro i perfetti e borghesi giardinetti americani, Sam Mendes ce l'aveva già mostrato con il suo American Beauty, che ho sempre trovato antipatico nella suo voler essere indirizzato ad un pubblico "intellettuale" (ovviamente un pubblico intellettuale americano, ben diverso da quello europeo, con tutto il rispetto che nutro per gli americani). Qui Mendes fa un'operazione diversa, semplicemente racconta una storia. Sarà forse per questo che il film ha fatto storcere il naso a gran parte della critica? In realtà nelle angosce di April e Frank (perfettamente interpretati dal duo Winslet-Di Caprio) e nel loro tormentato rapporto, c'è molto altro. Il film è attuale perchè le insoddisfazioni e gli ostacoli alle proprie realizzazioni non hanno epoca. Una vita dedicata alle apparenze, stretta nei vincoli sociali, soffocata dalle regole morali, forse è molto più attuale adesso che in passato. Quante volte non ci sentiamo liberi di mostrare agli altri quello che siamo veramente a causa del conformismo? A me il film ha fatto riflettere, visivamente mi è piaciuto veramente molto, e questo basta per considerarlo uno dei migliori del 2009, per ora (fatte le debite eccezioni) annata fiacca e senza sorprese.

Wall-e

martedì, 21 ottobre 2008

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Riprendo in mano il mio blog, trascurato per assoluta mancanza di tempo, e lo faccio alla grande. Due parole per uno dei film più importanti di quest'anno: Wall-E. La seconda visione italiana non ha peggiorato di una virgola quella statunitense. Grande film, in cui arte digitale, poesia, fantascienza, originalità si mescolano con sapienza. Ne viene fuori un cocktail perfetto, dal retrogusto amaro, ma fondamentalmente dolce, inebriante e aromatizzato alle erbe. La prima parte è da cineteca, rimarrà nelle memorie del cinema. Assenti i dialoghi, presente la magia. Il robottino solo se la cava continuando a fare il lavoro per il quale era stato programmato, quasi con orgoglio e infinita dignità, perchè anche mettere a posto i rifiuti è un lavoro nobilitante. Fruga tra le macerie di un mondo umano estinto, tanti i richiami agli aspetti ludici e artistici della vita quotidiana, che mai più torneranno. Wall-E omaggia il cinema tramite la colonna sonora e un film-tormentone: Hello Dolly. Estasiato impara ad emozionarsi davanti alla bellezza delle immagini, candide e fresche del musical, in un mondo dove predomina il grigio dei rifiuti umani. Tanto amore, profonda tristezza, visione apocalittica e finale consolatorio, non poteva essere altrimenti.
Grande Pixar.

Marie Antoinette

venerdì, 03 ottobre 2008

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Il giudizio di un film dipende moltissimo dallo stato d'animo in cui ci troviamo durante la visione. Quando vidi al cinema l'ultima opera della Coppola, mi aspettavo altro. Nella mia mente sono sempre state impresse le delicate immagini di Lost in Translation, le tematiche sussurrate, il senso di vuoto e la tensione emotiva che la pellicola mi aveva trasmesso. Frastornata dai colori, musiche e costumi, non mi ero accorta che anche Marie Antoinette trasmettesse le stesse identiche sensazioni. (Ri)Visto a casa (con tutti i contro di una visione casalinga), il film miracolosamente si è spogliato dei sovraccarichi e si è mostrato per quello che in effetti è. Un viaggio nella solitudine della gioventù, una galera d'oro nella quale il tempo è noia, la tristezza dell'incomunicabilità, la difficoltà delle relazioni, la superficialità della vita sociale. Giocato tra moderno e antico, pennellato di rosa e celeste, riempito da fiumi di champagne, il film riesce comunque a incutere tristezza in chi lo vede. Ci si riconosce nella protagonista, nonostante sia lontana da noi anni luce, la sentiamo vicina e almeno una volta nella vita abbiamo vissuto i momenti di Marie Antoinette. Sofia Coppola con la sua bellissima e intensa trilogia, ha dimostrato passo dopo passo, di essere cresciuta tantissimo.

Lo scafandro e la farfalla

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Una difficile scommessa questo film, che sulla carta avrebbe potuto scadere nel pietismo, oppure diventare il festival della retorica. Diverse opere in passato hanno avuto queste caratteristiche, ma per fortuna non è stato così per il film di Julian Schnabel. I toni usati sono sempre asciutti, spesso il protagonista (un grandissimo Mathieu Amalric) è ironico, dissacrante, un tantino malefico nel giocare con i sentimenti della madre dei suoi figli.
Durante i primi trenta minuti si vive l'esperienza drammatica in prima persona, la telecamera si sostituisce all'occhio del protagonista e ci si immediesima completamente. Si soffre con lui, ci si arrabbia anche con lui. Poi lo sguardo si allarga, e piano piano si diventa anche spettatori. Fino a raggiungere la mente del malato, vedere i suoi sogni, i suoi ricordi, le sue fantasie. Il film prosegue scandito da un inedito alfabeto, le lettere in sequenza che serviranno a Jean-Dominique per scrivere il suo libro.
I momenti onirici si alternano alla fredda realtà della casa di cura, ad un'amicizia goffa ma sincera, all'amore paterno sia ricevuto che dato, alle cure mediche. Molti i riferimenti alla religione, al significato della fede, all'ipocrisia della preghiera che arriva solo nei momenti del dolore, del bisogno, come una merce di scambio.
Bellissima la messa in evidenza tra l'amore vero, quello che tutto accetta, e l'amore superficiale, il non-amore. Non è retorica, è vita.
Sembra quasi che la storia di Jean-Dominique, la sua agonia, la sua prigionia, siano dei pretesti per affrescare un vero e proprio inno alla vita. Quello che viene costantemente messo in rilievo, non è tanto il dolore, quanto la voglia di vivere. Ed è per questo che Lo Scafandro e La Farfalla è pieno di ottimismo, pur essendo un film triste, contiene più voglia di vivere di una manciata di commedie brillanti.
Il palombaro imbrigliato in fondo al mare è anche una farfalla che vola leggera in cielo.

Ciao Paul

mercoledì, 01 ottobre 2008

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L'arte è la vita ma su un altro ritmo

domenica, 03 agosto 2008

4f6d_1_bBellissima la citazione di Muriel Barbery, tra l'altro è condivisibile in pieno. Ho sempre creduto che l'Arte non fosse qualcosa di estraneo al tangibile del quotidiano, basta cambiare frequenza e la possiamo percepire. Esistono momenti del genere nella vita di tutti i giorni, l'essenziale è accorgersene. Sarà banale, ma trovo artistico un bacio ricevuto da un bambino, o la piccola tenerezza di un gesto quotidiano qualunque.
Ieri mi è capitata una faccenda che secondo me è artistica, e mi sono sentita un po' spiazzata.
Non per fare la dura, ma io di solito non mi spiazzo con facilità e sto cominciando a temere di essere diventata troppo romantica. So che razza di vita ingrata si prospetta a questo tipo di persone, ma non ci posso fare niente. La malinconia mista alla beatitudine degli istanti è una condizione che sta diventando sempre più mia. Risentire, anzi, sentire una persona dopo tanti anni è artistico? Dipende, nel caso mio lo è stato. Tra l'altro lo è stato inaspettatamente. Credevo si sarebbe trattato comunque di qualcosa di piacevole, ma non di artistico. Ed è questa la bellezza.

Batman TDK

Il significato di quest'ultima fatica di Nolan è tutto racchiuso nel titolo. Il Cavaliere Oscuro, o meglio la nobiltà tetra del senso di giustizia. Gioca tutto sul filo di lana il senso morale di quest'ultimo Batman, si avverte fin dalle prime immagini un equilibrio precario, una costante incertezza e una ambivalenza tra bene e male. Il bianco e il nero forse non esistono, c'è un'infinita scala di tonalità di grigio e lo spettatore viene costantemente sorpreso a farsi domande. Quando l'arte mette in crisi le ideologie e le "certezze", umane diventa grande.
The Dark Knight differisce profondamente dal Batman Begins, nel primo lavoro di Nolan dovevamo fare i conti con le nostre fobie e con l'abilità di trasformare le paure in forza, dovevamo scontrarci con il senso di giustizia e possederlo senza violentarlo. Qui siamo costretti a porci domande, a metterci in discussione, perchè il bene assoluto è un'utopia e sarebbe sbagliato vivere credendo in esso.
Molta America in questo film, in un momento in cui gli States stanno vivendo una profonda crisi ideologica, The Dark Knight sembra calzare a pennello lo stato d'animo della popolazione americana. E' un film specchio, riflette l'umanità e l'attualità, fa parte dei nostri giorni.
Fare cinema rimanendo ancorati alla realtà è stata una costante di questi ultimi mesi, penso a Gomorra e al Divo, film nostrani che descrivono lo stato attuale delle cose. Anche qui, negli Stati Uniti, il grande cinema parla un linguaggio reale. La fabbrica dei sogni funziona ancora, ma c'è voglia di esprimere le proprie paure, l'avevamo notato con There Will Be Blood, con No Country For Old Men e adesso lo avvertiamo con The Dark Knight, film non inferiore ai primi due che ho citato.
big_the_dark_knight_3Una parentesi necessaria va aperta su Joker, e senza farmi influenzare dai facili sentimentalismi legati alla morte di Ledger, posso tranquillamente affermare che si tratta di uno dei personaggi più riusciti degli ultimi anni. Non solo grazie alla magnifica interpretazione, ma anche perchè rappresenta alla perfezione l'attualità, il film, la follia organizzata dell'umanità, la fragilità delle certezze. Psicologicamente molto ben approfondito, difficilmente riuscirò a dimenticarlo, rimarrà ancorato alla mia memoria così come lo sono Alex DeLarge o Jack Torrence. Joker è il protagonista, non è un attore di contorno, non è secondario. Joker è il film, ne rappresenta l'essenza, è la colonna portante, è uscito magnificamente dalla mente del regista e si è materializzato grazie a Heath. Un Oscar sarebbe meritato, anche se personalmente trovo più prestigioso scapolare l'odiosa statuetta.
Questo grandioso film ultra costoso, non è un giocattolo, non è un popcorn movie, a meno che qualcuno goda di una digestione invidiabile. E' uno specchio dei tempi, peccato però, che Batman non esiste.

Funny Games



Dopo dieci anni riecco uno dei film più fastidiosi che abbia mai visto, Funny Games, versione USA. E' sempre lo stesso, cambiano i personaggi, i paesaggi, ma la violenza e la cattiveria sono sempre attuali. Si sta male a vedere questo film, si soffre, aspettiamo inconsapevoli il momento del sollievo e del riscatto, arriverà? Chi conosce questo regista conosce anche la risposta. Haneke gioca illudendoci, come fanno i due immacolati ragazzini. Il cattivo è il cinema di Haneke, noi siamo la famigliola borghese per bene, soffriamo e supplichiamo, abbiamo bisogno di mettere le cose a posto, di incasellare il bene e il male. Sentiamo il bisogno di diplomazia ed educazione, non vogliamo sentirci usurpati del nostro comune senso di giustizia. Finzione e realtà spesso sono separati da un confine molto labile, e in questo caso dove finisce l'una e comincia l'altra? E' una tortura subire il film, quasi la stessa che subisce la famiglia modello: un cane buono, un marito/padre inutile in tutto lo svilupparsi della vicenda, una moglie bella e intelligente, e infine un bimbo dolce. Il tutto si svolge in una villa sul lago, una casa di villeggiatura, borghese e perfetta. Insomma tutto idilliaco. A sporcare questa atmosfera rilassata arrivano due ragazzini vestiti di bianco, con le faccine angeliche.
E si comincia a giocare.
Haneke sfida lo spettatore, lo tortura fino a fargli desiderare di uscire dalla sala. La scommessa è: riuscirà lo spettatore a arrivare alla fine del film? Io la scommessa l'ho vinta, ma solo perchè avevo visto la vecchia versione, a spezzoni e con enorme difficoltà.
Consiglio comunque di vederne solo una, io ho preferito questa. Adoro Naomi Watts, che trovo sempre perfetta, e il resto del cast non è da meno.
La regia? Haneke puro, quello di Cachè. Freddezza e apparente distacco.

Il visone sulla pelle


Nuova immagine

Comincia con questo film il mio breve itinerario nella commedia americana. Ho scelto That touch of Mink perchè a parer mio è uno dei film che meglio rappresenta il filone romantico che tanto ha spopolato negli anni cinquanta e sessanta.
Il film si regge su di una brillante sceneggiatura, battute spiritose si susseguono senza mai annoiare.
Gli interpreti sono due grandi del genere: Cary Grant (attore di cui ho sempre voglia di parlare) e l'americanissima Doris Day, altro perno del genere.
La storia è piuttosto sfruttata, una cenerentola riveduta e corretta. La ragazza di provincia squattrinata, in cerca di lavoro e piena di sani principi morali, incontra un ricco belloccio playboy, che senza impegno, se la vuole trascinare tra alberghi lussuosi e mete romantiche. Ma non è tanto la trama il punto di forza, quanto le situazioni divertenti e lo scambio di battute spiritose, che rendono il film una chicca del genere.
Obsoleti i contenuti "morali" che il film si trascina dietro, ma decisamente godibile tutto l'insieme.
Degne di nota soprattutto le interpretazioni dei personaggi di contorno interpretati da Gig Young, John Astin e Audrey Meadow.
Nel suo candore di ragazza per bene americana, Doris Day ha rappresentato per intere generazioni, il prototipo della salute fisica e morale. Spesso accoppiata con attori belli come Rick Hudson e Cary Grant appunto, ha fatto la fortuna di un filone oggi scomparso.
Con nostalgia rivediamo le scene di queste commedie, che ci hanno lasciato diversi anni fa, e che con fatica hanno fatto capolino nel panorama cinematografico anche in seguito, ma che per forza di cose non potranno più tornare.

Rescue dawn

settembre 2008

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L'ultimo film del grande Werner Herzog ha rischiato di essere banale. Sempre di Vietnam si parla, di eroi o presunti tali, di guerre violente, di sopravvivenza. La storia è "quasi" vera, nel senso che a quanto pare è stata caricata di inesattezze che dipingono Dieter Dengler come un "quasi" eroe e i suoi compagni di disavventura come degli inetti rassegnati. Comunque www.rescuedawnthetruth.com/ spiega i punti di vista dei parenti degli altri uomini tenuti prigionieri.
Tralasciando le verità della storia (pur sempre importanti, ma non essenziali per lo spettatore), Rescue Dawn è un inno all'ottimismo, una lotta per la sopravvivenza, ma soprattutto una sfida alla natura. Come viene spesso sottolineato durante il film (in questo si pecca di eccessivo didascalismo), la vera prigione è la giungla. Dieter, l'eroe sognatore, a un certo punto cercherà la salvezza ritornando dai nemici, sconfitto sia dagli uomini che dalla natura pagherà fino a trovare la vera solitudine, quella che fa immaginare i fantasmi e gli spettri della morte.
Il lieto fine per Dieter è storia vera, è filosofia di Herzog, non buonismo americano, per questo perdonabile.
I temi di Herzog ci sono tutti, ma la produzione hollywoodiana lo confeziona più come un pacchetto da blockbuster, vabbè niente di grave, il film è godibile. Viene da chiedersi come mai un film di tale portata e con una meravigliosa fotografia, non esca nelle sale italiane, ma venga direttamente distribuito in DVD, con il tristissimo titolo di "Le ali della libertà". Mentre nelle sale nostrane furoreggiano i vari Moccia e i De Sica Minori e minorati.

Grandissima prova di Christian Bale (ci mancherebbe...) che ha perso più o meno gli stessi chili dei tempi di The Machinist.



sabato 21 novembre 2009

Gomorra

scritto venerdì, 14 agosto 2009
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Il film sembra girato da un architetto. E' un documentario? No, è un'opera di precisione incredibile. Tutto è perfetto, gli attori, le inquadrature, gli scorci, le carrellate, le immagini dall'alto. Viene fuori lo sconcerto, assistiamo alla messa in scena della realtà, ma non è neorealismo, è molto di più. Alla verità c'è l'aggiunta della passione per il cinema, dell'amore, lo stesso di Tarantino. Traspare. Garrone è un regista che fa e che ama il cinema. L'architettura e i palazzi sembrano riflettere un mondo privo di senso e di logica. Sembra di vivere in un formicaio popolato da cavallette, c'è organizzazione diabolica, legge del taglione, gioventù inesistente. E' un'umanità diversa, ci troviamo su di un altro pianeta, le persone non possono essere uomini, non appartengono a questo genere. Molto probabilmente sono extra terrestri.

Il sarto talentuoso che finisce col fare il camionista, le immagini luccicanti del red carpet del festival di Cannes trasmesse da una televisione squallida in un altrettanto squallido autogrill. Lo sguardo triste e sofferente di chi è intrappolato in un mondo che non gli appartiene, è in prigione. E' rinchiuso senza aver commesso reato, è una vittima del mondo, una vittima degli uomini, è una delle poche formiche in un mondo di cavallette.
Il ragazzino che vuole entrare in una banda criminale, perchè è l'unico modo di sopravvivere dignitosamente, perchè è l'unico scopo di questa vita, perchè in quei palazzi, in quei quartieri se non appartieni a niente non sei niente. E così deve passare una prova, gli sparano addosso col giubbotto antiproiettile. Se resisti senza frignare sei un duro e puoi entrare nella banda, altrimenti sei quasi morto. Lui ce la fa. E finirà per far ammazzare una delle poche persone a cui era realmente legato, l'unico spiraglio di luce viene chiuso per sempre.
L'imprenditore dei rifiuti tossici. Un sempre grande Toni Servillo, la faccia più brutta di tutta la vicenda. Il responsabile della morte non solo degli uomini, ma anche del territorio. Vende lo smaltimento dei rifiuti del nord est e non solo, tutta la merda se la prende lui e la sotterra vicino ai campi di pesche, di pomodori, nei campi dove pascolano le bufale, dove si ammazzano i ragazzini. E' una carogna, una grossa carogna. Ma è solo il braccio di un mostro malato.
Il senso di claustrofobia che mi affligge si ripresenta, mi viene voglia di scappare, ma resisto. Povera Italia, povero mondo, brutta razza gli uomini.

Mi guardo intorno, silenzio, non un colpo di tosse, non un movimento, facce rapite dalle immagini, dialoghi in napoletano stretto.

Il film finisce, chi l'ha visto sa come, sa quanta forza c'è nelle ultime sequenze, quanta disperazione.

Un attimo di silenzio in sala.

Il film è finito.

Il Divo

venerdì, 14 agosto 2009

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Ho avuto bisogno di qualche giorno prima di riordinare le idee e mettere insieme qualche pensiero su quest'ultima opera del talentuosissimo Sorrentino.
Il Divo è un film su Giulio Andreotti, sulla nostra storia italiana, sul potere di un gobbo che ci ha governato negli anni più bui della repubblica. E' tutto questo, ma è anche molto di più.
E' un'opera pop, oppure più semplicemente: è un'opera e basta.
I titoli di testa sono il biglietto da visita di quello che sarà in seguito il film italiano più rilevante artisticamente degli ultimi anni. Sorrentino si mette completamente a disposizione del suo talento, non si pone limiti, nè sulle spettacolari inquadrature, nè sulla potente sceneggiatura.
Ingegno, creatività e verità storica, si mescolano virtuosamente. Ne esce fuori un quadro unico nel suo genere. Non c'è un film come il Divo nella cinematografia nostrana. Bellissimo esempio di metacinema italiano.
Il montaggio è sensazionale, il ritmo incalzante. Le battute messe in bocca al Divo sono precise e taglienti come stilettate. Mescolano ironia e intelligenza, cultura e esperienza: sono Giulio Andreotti. I volti dei vari personaggi, sapientemente scelti, sono da antologia, da incubo moderno.
La colonna sonora è contraddittoria, colpisce nel segno, gioca con lo spettatore spiazzandolo. Ogni dettaglio e curato.
La scivolata di Cirino Pomicino, il gatto e Andreotti, la moglie e il Divo che guardano Renato Zero in tv, lo skateboard che parte dal palazzo del potere e arriva fino a Capaci, atmosfere surreali che si susseguono senza tregua, entrano dentro, colpiscono senza mezzi termini. Non ci si aspetta niente dalla narrazione, siamo sul piano della percezione visiva ed emotiva, stiamo vivendo una grandissima pagina di cinema.

Cavolavoro, bentornato cinema italiano.

There will be blood (21 Aprile 2008)

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Non riesco a trovare molte parole per descrivere questo film, non perchè non ci sia niente da dire, ma l'emozione che trasmette e la miriade di sensazioni da estasi che si provano, difficilmente possono essere tradotte con la scrittura.
Il film comincia subito in maniera grandiosa. Un'immagine fissa su di un territorio desolato, una montagna arida in un territorio lunare, soleggiato, tipico del sud degli Stati Uniti.
Colonna sonora da brivido.
Penso a Kubrick, e precisamente a 2001 odissea nello spazio. Mi viene in mente Darwin, l'origine della specie. E in effetti comincia così, la teoria evoluzionistica del capitalismo. Daniel che scava sporco, nero, avido. Che si fa strada, che lotta per la sopravvivenza, solo i più forti ce la faranno e lui ce la farà. Sopravviverà facendo terra bruciata attorno a sè, inaridendosi fino a diventare duro come una pietra. Lui e il bambino, un figlio non suo che amerà e che alla fine ripudierà, perchè diverso e quindi incapace di sopravvivere. E' debole, non è Daniel.
Il parallelismo con Into the wild arriva spontaneo. In quel caso si scappa dal capitalismo, in questo non solo se ne fa parte, ma lo si crea.
Daniel si dimentica di essere uomo.

Daniel Day Lewis da brivido e P.T. Anderson sempre più grandioso.

Capolavoro.

Into the wild

scritto venerdì, 14 agosto 2009
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Divorato il romanzo, pianto e sofferto insieme ad Alex, aspettavo le immagini dirette da Penn con ansia. La storia di Chris è fatta soprattutto di immagini. Quelle di una nazione controversa nella sua continua lotta tra progresso tecnologico e natura selvaggia, tra antichi retaggi di una cultura attaccata alla terra e nuove e moderne ideologie.
Le immagini degli Stati Uniti in tutta la loro forza primordiale si susseguono con eleganza e maestria. Il film è un viaggio, fisico e mentale, una crescita, una ribellione, una rinascita e una morte, una fuga e una conferma. Happiness is real only if shared, la scoperta finale a prezzo della propria vita.
Alex è attaccato ai libri, simbolo di una società che vive solo grazie alle conoscenze di chi è venuto prima. I libri lo aiutano, ma lo portano anche a un punto di non ritorno. Il capolinea della vita, in un autobus rotto, arrugginito, simbolo di qualcosa di finito, usato e dimenticato.
Ci dimentichiamo del mondo, della natura.
Le regole, Alex lotta contro di esse e ne esce sconfitto a più riprese, ne fugge perchè appartengono a un mondo ipocrita. Anche la natura però possiede le sue regole, e se si infrangono si rischia di non sopravvivere.
L'utopia della libertà.
Alex cerca disperatamente la risposta alle sue domande tra le righe dei libri, ed è tra questi che dirà addio alla vita.

Bellissima la colonna sonora di Eddie Vedder.